Denunce e segnalazioni/Diritti negati/Storie migranti

Sei vivo, però non vivi

Archivio_Soleterre_El Salvador_104Qualche tempo fa vi abbiamo raccontato in quale disastrosa situazione si trovi El Salvador che ha ormai raggiunto il primato di Paese più violento al mondo, con più di 3.000 omicidi compiuti nel solo 2015 su poco più di 2 milioni e mezzo di abitanti.

Molti salvadoregni e salvadoregne hanno lasciato il loro Paese già negli anni della guerra civile, ma molti altri partono ancora nonostante il Paese sia ormai formalmente in pace dal 1992.

Per raccontare perché donne, uomini e minori partono, anche quando le speranze di sopravvivere o di avere una vita dignitosa sono poche; per capire perché dobbiamo aprire le frontiere e non alzare muri; per imparare a non fare distinzioni tra rifugiati e migranti, abbiamo raccolto la testimonianza di A.
Salvadoregna, migrata in Europa durante gli anni della guerra civile, A. è tornata in El Salvador con la sua famiglia e ha deciso, nonostante tutto, di restare.

Le sue parole raccontano l’El Salvador di oggi, un Paese in cui la violenza diffusa e indiscriminata e l’incapacità dello Stato di difendere i propri cittadini sta minando il futuro delle prossime generazioni.

Il numero degli affiliati alle maras negli ultimi anni è aumentato e si tratta soprattutto di giovani. Perché secondo te?
Non saprei dire se il numero dei pandilleros sia aumentato. Sicuramente si percepisce una maggiore presenza di questi gruppi criminali e credo che sia dovuto al fatto che non si stanno affrontando in nessun modo e per bene i problemi strutturali della nazione (corruzione, educazione, economia, lavoro e migrazione tra gli altri). Questo fa sì che nel Paese si viva nella completa impunità e che si commetta ogni tipo di delitto con la certezza che nessuno pagherà…

Durante la guerra civile si sapeva chi era il nemico e dove si poteva nascondere. Ora invece cosa succede, è vero che non ci sono posti sicuri? Che tutti sono esposti alla violenza?
Purtroppo è vero. La mancanza di sicurezza e la minaccia che la prossima vittima possa essere tu è generalizzata. Questo dipende dal fatto che la violenza non è causata solo dalle pandillas, ma anche, tra le altre cose, dal narcotraffico, dall’invidia, dalla corruzione…

Nell’ultimo rapporto di Refugees International è raccolta la testimonianza di un funzionario municipale che dice che prima le maras spaventavano e minacciavano le persone, ora invece le uccidono. È così anche secondo te? Hai una spiegazione per questo?
Credo che sia proprio così, però il problema è più grave, perché non sono solo le pandillas a uccidere. Uccide la polizia, le guardie di sicurezza, quello che ti ha tamponato l’auto… Penso che la situazione sia questa perché si è arrivati ad un punto in cui si uccide se si sospetta di poter essere attaccati, per paura, per “difesa”.

Il governo continua a sostenere che le persone migrino per ragioni economiche. Pensi sia vero? O è ormai solo la violenza a spingere i salvadoregni fuori dal Paese?
Sicuramente oggi le due principali cause della migrazione sono la povertà endemica e la violenza, entrambe causate dalla mancanza di volontà politica di risolvere i problemi e dalla mancanza di volontà di chi guadagna da questa situazione tragica che sta vivendo il Paese, perché tanto a loro cosa importa…, sta succedendo come durante il conflitto armato; i morti ce li mette il popolo, i giovani che muoiono sono delle zone rurali, delle periferie urbane, territori storicamente esclusi da qualsiasi iniziativa che punti prima di tutto allo sviluppo umano. Coloro che stanno morendo sono miei compatrioti, o almeno lo sono la maggior parte di loro, quelli “eternamente esclusi”, quelli che “non hanno diritto a nulla”…

La violenza, quando è così diffusa, diventa un’abitudine? Come si riesce a conviverci?
Purtroppo, per istinto, la violenza tende a diventare naturale, non so se si possa parlare di abitudine però finisce per essere parte della quotidianità e non la vediamo più come un mostro, ma piuttosto come un elemento del contesto, come triste realtà. Non si riesce a convivere con la violenza, si vivono con paura tutte le 24 ore del giorno e non si riesce ad avere speranza nel futuro. Questo è davvero frustrante perché nessun essere umano può vivere il presente senza guardare al futuro. Qui in El Salvador il problema è proprio: quale futuro?

Come vivono le persone che a causa delle bande hanno dovuto lasciare la propria casa? 
Vivono molto male perché sono stranieri nel loro proprio Paese, l’insicurezza è la loro compagna per 24 ore al giorno, non hanno un lavoro, sono persone senza radici, private della loro dignità umana.
Conosco molte famiglie e la loro situazione, soprattutto quella degli uomini e dei bambini, è senza speranza, con un futuro incerto perché non hanno un impiego e la costante minaccia di morte da parte dei delinquenti. Le bande cominciano dagli uomini che, se vengono uccisi, lasciano soli le loro moglie e i loro figli. I minori molte volte non possono studiare perché non hanno potuto ottenere la documentazione del centro scolastico in cui studiavano nel luogo di origine o temono che possano identificare la loro famiglia tramite i documenti.

Come si fa a vivere in una tale condizione? Come si riesce a vivere la propria giornata?
Si vive con la paura e l’insicurezza pensando a cosa ancora potrà succedere. Sei vivo, però non vivi…, si vivono le giornate con l’inquietudine di ciò che diranno al notiziario, sperando che, almeno, non succeda niente a coloro che ami.

La condizione attuale ha sviluppato solidarietà tra le persone?
Purtroppo non è come durante la guerra, quando in qualche modo si simpatizzava per una parte o per l’altra e in base a quello si aveva la solidarietà degli altri simpatizzanti. Adesso no: tutti siamo sospettosi di chiunque per strada, nel nostro luogo di residenza, sui mezzi di trasporto, purtroppo si assiste spesso ad aggressioni e risse e tutti ne stanno lontani per paura che li uccidano per essersi intromessi. Questa situazione genera sempre più una sorta di “individualismo di sopravvivenza” e anche il “sentire collettivo” che si viveva nel passato è morto, lo ha assassinato il sistema e il popolo lo ha sepolto senza molto dolore per la situazione che vive. Durante la guerra quando arrivava qualcuno di nuovo nel quartiere, la gente del posto lo avvicinava per sapere se aveva bisogno di qualcosa o da dove veniva, per esempio. Adesso no: quando arriva qualcuno di nuovo si prova paura perché potrebbe essere un pandillero o un delinquente. Prima, quando assassinavano qualcuno, la comunità si riuniva per dare appoggio alla famiglia colpita, ora invece si trova una giustificazione per quello che è successo. Per esempio, se ammazzano un giovane, generalmente si dice che è stato in carcere, frequentava cattive compagnie, chissà che cosa aveva fatto… e così siamo diventati indifferenti al diritto alla vita e alla ricerca della giustizia…

Cosa fa e cosa potrebbe fare il governo per migliorare la situazione?
Il governo potrebbe, DEVE, attuare politiche inclusive che favoriscano soprattutto i settori territoriali più vulnerabili. DEVE disimparare a fare politica per poter affrontare la sfida di implementare azioni che generino e alimentino un “sentire comune” con fatti concreti. DEVE prendere le redini del sistema giudiziario per fare in modo che le leggi vengano applicate (perché abbiamo buone leggi sulla carta) e far sì che chi ha compiuto un crimine, paghi. DEVE dare attenzione prioritaria alle famiglie, all’educazione, alla salute e allo sviluppo umano nei differenti livelli individuali, di gruppo e comunitari. DEVE sradicare la corruzione politica affinché la popolazione possa tornare a credere nel sistema e sia incoraggiata a organizzarsi e a fare proposte che la rendano protagonista dei processi di cambiamento.

Cosa fa e cosa potrebbe fare la comunità internazionale?
Deve garantire l’integrità della Dignità Umana pretendendo dagli Stati il rispetto dei diritti umani e anteporre questo agli interessi politici ed economici, cosa che raramente succede.

Quali sono le principali differenze che trovi tra la violenza che si può trovare in Europa e quella che in El Salvador?
Se penso ai tipi di violenza, non trovo molte differenze. Considero che la differenza stia nel livello. In Europa i livelli di violenza e di violazioni sono minori perché le leggi vengono applicate un po’ più. In El Salvador a causa dell’alto tasso di impunità si delinque e si commette ogni tipo di delitto con la certezza che la giustizia non verrà applicata.

Il rispetto dei diritti umani, come quello dell’integrità fisica, è una lotta quotidiana, anche in Europa. Pensi che in El Salvador ci sia qualche speranza di veder migliorare la situazione?
Credo di sì, però non penso che succederà presto, purtroppo. Le prossime elezioni presidenziali saranno decisive perché il livello di violenza che viviamo è dato anche da interessi politici.

Com’è crescere dei figli in El Salvador? Quali sono le tue preoccupazioni e prospettive per il loro futuro?
È difficile crescere figli in Salvador perché il futuro è incerto a causa delle poche prospettive di cambiamento. L’insicurezza è generale e questo fa sì che i genitori, per la paura, siano iperprotettivi e i nostri figli crescano nell’affrontare la realtà e nel sentirsi interamente realizzati come esseri umani.
Le preoccupazioni sono molte; se esiste un posto sicuro dove possono studiare, se potranno praticare uno sport in maniera libera e sicura, se potranno vestirsi nel modo che più gli piace o dovranno farlo in modo da non essere indentificati con gruppi criminali… se un giorno che mamma e papà non ci sono potranno prendere un mezzo di trasporto pubblico per andare a studiare. E queste sono solo alcune…

Perché rimani in El Salvador?
Perché credo che noi salvadoregni e salvadoregne meritiamo un’opportunità e che se il sistema non ce la dà, per costruirla dobbiamo continuare a lavorare, partendo dalle nuove generazioni.

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