Denunce e segnalazioni/Diritti negati/Uncategorized

Il dramma dei desaparecidos in Messico

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Tutti conoscono la foto di Aylan, siriano, di 3 anni, morto annegato e ritrovato su una spiaggia turca qualche mese fa. Una foto che ha scandalizzato il mondo, salvo poi non impedire ai governi europei di chiudere le frontiere lasciando I profughi siriani al loro terribile destino.

Nessuno però conosce la storia del bambino accanto a Aylan nella foto a fianco, mostrata da Yolanda Moran Isais durante un incontro organizzato da Libera – di cui Soleterre fa parte – mercoledi 17 marzo presso l’Università Statale di Milano dal titolo “La desaparición in Messico. Il racconto dei familiari delle vittime. Yolanda è una madre messicana che da oltre 7 anni cerca suo figlio scomparso, desaparecido appunto, anche se il governo messicano preferisce chiamare i 27.000 scomparsi (ufficiali) “no localizados”: come a voler dire che magari sono andati via di loro spontanea volontà, e di certo nessuna responsabilità può essere attribuita al governo per la loro scomparsa. Una differenza apparentemente molto sottile, ma giuridicamente molto rilevante: la desaparición forzada infatti, come spiega la giornalista Lucia Capuzzi, è una categoria giuridica che implica il reato di lesa umanità, e sottintende una responsabilità diretta dello Stato. Una responsabilità che il governo messicano ha sempre negato, nonostante i richiami formali del Consiglio Superiore dell’ONU e della Commissione Interamericana per i Diritti Umani.

Secondo le associazioni della società civile, le stime dei desaparecidos in Messico, tenendo conto di tutte le mancate denunce dei familiari per paura di essere perseguiti dallo Stato, sono più di 270.000. A cui si aggiungono gli oltre 36.000 morti del 2015. Tra questi figura il piccolo bambino nella foto, di soli 7 mesi, ucciso insieme ai suoi genitori. Molti di loro sono i cosiddetti FALSOS POSITIVI – persone innocenti fatte sparire o uccise per permettere allo Stato di dimostrare agli Stati Uniti – che finanziano la lotta alla droga con milioni di dollari – di catturare i narcotrafficanti. Non a caso chi scompare o viene ucciso viene quasi sempre accusato di essere colluso con i cartelli dei narcos, oppure di esserla in qualche modo andata a cercare. Mentre nella maggior parte dei casi si tratta solo di uomini, donne, giovani e bambini che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Oppure testimoni scomodi. O persone rapite per farle diventare corrieri della droga, prostitute, lavoratori forzati, fornitori di organi. Rapite e poi uccise, e seppellite nelle decine di fosse comuni sparse lungo tutto il territorio messicano. E nonostante ciò, il Messico non si ancora dotato di una legge per facilitare la ricerca dei desaparecidos e/o di identificare i corpi ritrovati nelle fosse comuni.

Sentire una madre o un padre –  come Yolanda, Maria e Fernando – parlare dei loro figli mentre mostrano le loro foto è estremamente toccante, e di certo non può lasciare indifferenti. Loro sanno cosa gli è successo – a volte sanno con certezza che è stato l’esercito o la polizia; in altri casi ipotizzano che i responsabili possano essere i trafficanti. Sanno che è un destino comune che colpisce migliaia di messicani e di migranti, ma soprattutto i più poveri, le donne, gli indigeni, i giovani. E sanno che non c’è nessuna autorità del paese che potrà difenderli o aiutarli, perché le autorità sono responsabili direttamente delle sparizioni, o sono colluse con il crimine organizzato. Sanno che dovranno cavarsela da soli, al limite con l’aiuto delle associazioni della società civile. Per questo molti di loro – soprattutto le madri – sono costrette molto spesso a lasciare il lavoro e improvvisarsi investigatori, con un conseguente deterioramento delle loro condizioni economiche. Cosa che non possono fare per esempio i genitori dei migranti scomparsi, troppo poveri per potersi permettere di non lavorare o di viaggiare in Messico per ritrovare i figli. Tutti però sono accumunati dal forte livello di stress emotivo: non sapere dove sono i propri figli e in quali condizioni vivono, e se mai li ritroveranno vivi, è qualcosa di indescrivibile. Un dolore inimmaginabile. Non a caso molti si ammalano, anche gravemente.

Pensare che di tutta questa situazione i media italiani ed europei non parlano è inquietante. Anche perché –come loro stessi dicono – il governo messicano non cambierà atteggiamento senza la pressione della comunità internazionale. Ma la comunità internazionale siamo noi, che possiamo, attraverso i social network e il supporto ad associazioni che intervengono in Messico, diventare a nostra volta “difensori dei diritti umani” e provare a cambiare la situazione. Nella speranza che i figli di Yolanda, Maria e Fernando, e di tutti gli altri 270.000 genitori, possano un giorno tornare a casa.

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